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Breve storia

"E ormai siamo giunti a Portogruaro, la regina del Lemene, che le scorre in mezzo, la divide e ne determina il carattere e la struttura. In essa si respira chiaramente un’aria veneta, se non proprio del tutto veneziana. La città ha un aspetto medioevale in molte vecchie case del Trecento…."
Così racconta Carlo Sgorlon la città in un precedente libro fotografico, sottolineando ed amando l’indissolubile legame tra Portogruaro e la sua acqua, tra Portogruaro e le sue pietre.
La leggenda fa nascere questa città dalle pietre di Concordia Sagittaria, rasa al suolo da Attila ed i suoi Unni intorno al V secolo, trasportate via fiume da due pescatori, unici superstiti dell’invasione vandalica, con l’intenzione di riedificare Concordia, un po’ più a nord, più al sicuro dagli allagamenti cui spesso era soggetta.
La storia, invece, ci regala un documento del 1140, nel quale risulta che Gervino, vescovo di Concordia, concede ad alcuni Portolani e mercanti un terreno a sud del ponte di Covra al fine di costruirvi un porto e di edificare case e magazzini; fu sicuramente il fiume Lemene il protagonista del successo di questo ed altri insediamenti nati pressappoco contemporaneamente, dal momento che questo fiume costituiva, già in epoca romana, la principale via di comunicazione tra l’entroterra ed il mare. Poco più di quarant’anni dopo, nel 1186, una bolla del papa Urbano III ricorda Portum de Gruario, con i suoi mulini, le sue pertinenze, il suo castello.
Alla fine del XII secolo, Portogruaro possiede quindi un’organizzazione completa, sia dal punto di vista architettonico (possedeva già mura di cinta, spalti, fossati, la costruzione della lugia comunis, l’attuale Palazzo municipale, risale probabilmente al 1265), sia dal punto di vista civile (risale al 1203 la costruzione di un lazzaretto per i lebbrosi), sia anche di rapporto con le autorità ecclesiastiche e questo ci induce a credere che, forse, la leggenda ha un suo sfondo di verità quando ci parla di insediamenti portolani pregerviniani; nei duecento anni che seguono, la città cresce sino ad assumere un’importanza notevole, sia economica che sociale, può eleggere un proprio podestà, anche se ancora limitata dall’approvazione e dal controllo del Vescovo di Concordia, preoccupato dai tanti tentativi di affermazione dell’autonomia comunale da parte delle comunità friulane, può promulgare i suoi statuti, ha diritti particolari per quanto riguarda le merci introdotte in Friuli.

"I grandi portici lungo i corsi principali, …, sono un luogo fatto apposta perché gli uomini s’incontrino tra di loro, possano dialogare, tollerarsi e capirsi".

Ma la bella stagione, per Portogruaro, il tempo in cui diventa possibile l’interpretazione di sé stessa in prima persona, il momento in cui diventano protagonisti i portici e le finestre, inizia nel 1420, anno in cui la Serenissima le concede la sua protezione, con un documento noto come “privilegio di Portogruaro”, con il quale si riconoscono prerogative e diritti al nostro Comune; a questo periodo di apogeo sociale ed artistico, risalgono le opere più significative e di valore della città: il Fondaco del commercio, con il suo portale, i ponti, prima di legno, ora eretti in pietra, con lapidi che recano scolpiti gli stemmi della città e dei podestà ai quali sono attribuite le committenze( anche se siamo memori del fatto che,al podestà, non sarebbe stato consentito apporre il proprio stemma su edifici da lui restaurati o edificati, secondo la commissione ducale dettata dal doge Loredan nel 1520; in Portogruaro questa norma non era evidentemente molto rispettata, data la quantità di stemmi e di nomi di podestà che ancor oggi si vedono sulle lapidi dei ponti ed in altri luoghi) . Anche l’attuale Villa Comunale, progettata, probabilmente, da Iacomo de Grigis da Alzano, detto il Bergamasco, che il Sansovino definì “eccellente architetto” e molti dei palazzi rinascimentali di via Martiri e di via Cavour, furono costruiti intorno alla metà del sedicesimo secolo,

Nel 1797 avviene la "memoranda caduta della Veneta dominazione" e, con l’arrivo dei Francesi si costituisce anche a Portogruaro la Municipalità provvisoria; la presenza dei soldati francesi comportò ingenti spese a carico del comune, il quale, per farvi fronte fu costretto a vendere perfino l’argenteria delle chiese; col trattato di Campoformido Napoleone cedeva all’Austria il territorio dell’ex Veneta Repubblica sino alla riva sinistra dell’Adige.
Nei primi mesi del 1801, Portogruaro è praticamente divisa in due, con i Francesi alla destra del Lemene e gli Austriaci sulla sinistra; la situazione si stabilizzò poco dopo e l’amministrazione austriaca restò sino al 1805, quando il Veneto tornò alla Francia, entrando a far parte del Regno d’Italia. Nel 1807 la Municipalità indirizzò una richiesta di aggregazione a Venezia, esaudita con decreto reale nel 1810 e, quindi, dopo il Congresso di Vienna, Portogruaro tornò sotto la dominazione austriaca fino al 1866, quando, in seguito al conflitto austro-prussiano, l’Austria dovette cedere il Veneto al regno d’Italia.
Ai Francesi di Napoleone si deve la distruzione di molti dei “leoni veneziani”, scolpiti nel ‘500 ed apposti sulle sommità dei piloni dei ponti portogruaresi (“il leone che turbava il sonno dei democratici fu barbaramente scalpellato…”), e, agli austriaci in ritirata alla fine della prima guerra mondiale, si deve la distruzione di alcuni ponti rinascimentali di valore storico ed architettonico, come il ponte del Rastrello, (il cui nome risale al fatto che, nel 1300, un componente della famiglia Squarra, una delle più nobili e famose famiglie portogruaresi, in discordia col vescovo Artico, lo fece chiudere con un “rastrello con catena, rifiutandosi, poi di dare una chiave al vescovo”) e quello della Stretta, via nota già nel 1463, perché sede delle carceri..

"Che vivar benedeto in sto paese
che ga par stema un campanil, do gru,
senza fassade do dele so Ciese
e un Municipio ch’el xe là un bisù.

Che vivar benedeto in questo sito
Lontan do ore da la capital
Col Lemene che core storto e drito
Senza premura e senza farne mal."
(da Adelia Bon, Poesie, 1919)

Acqua, pietre, portici, finestre, seducenti per essere usciti dal tempo e dalla storia, primi attori per chi assiste, estraneo, alla rappresentazione di sé di Portogruaro, che ora sbirciano silenziosi l’inizio del terzo millennio, vengono ritratti in queste immagini fotografiche, in cui la percezione della realtà è come filtrata attraverso monologhi interiori, in cui lo scopo primario dell’artista non è l’oggettività, ma la volontà di sorreggere, senza piegare al vero, il grande edifico del ricordo. Così un’ombra particolare, un ignoto passante, un raggio di sole diventano i protagonisti assoluti di ciò che è, ma non vuole apparire.

R. B.

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