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DON GIOVANNI di Molière
29-04-2015: Con ALESSANDRO PREZIOSI

Quella sembra una città come tante. Immobile, silenziosa, inerte. Una di quelle città in cui pare non accada mai nulla. I  suoi archi evocano quelli del porticato dipinto nell’Enigma dell’ora di Giorgio de Chirico. Eppure, proprio lì, in quel luogo remoto e dimenticato, si è appena consumato uno dei più grandi drammi d’amore mai raccontati.  Elvira, (Lucrezia Guidone) donna nobile, casta e pudica, è stata inaspettatamente abbandonata dal marito, Don Giovanni Tenorio (Alessandro Preziosi), figlio di Don Luigi,  allontanatosi  senza alcun preavviso. Sono ormai innumerevoli le notti che la povera sventurata trascorre in pianto e così, Gusman (Roberto Manzi), il suo scudiero, decide che è giunto il momento di confidare a Sganarello (Nando Paone) servitore di Don Giovanni, le pene della giovane. Il povero Gusman non riesce proprio a capacitarsi del perché, dopo innumerevoli voti, sospiri, lacrime, promesse e appassionate lettere d’amore,  segni inequivocabili di un sentimento così grande e vero, da giungere perfino a violare il sacro ostacolo di un convento, un uomo così onesto e virtuoso, abbia potuto compiere un atto tanto vile e oltraggioso. Tocca allora a Sganarello, dipingere con poche pennellate, un incisivo, ma efficacissimo, ritratto del padrone. Egli, in realtà, è il più scellerato che abbia mai calcato la crosta terrestre, un forsennato, un cane, un diavolo, un turco, un eretico che si burla del Cielo come dell’Inferno, un Sardanapalo che non guarda in faccia nessuno. Dame, damigelle, borghesi e contadine, per lui nulla è troppo o troppo poco. Ma eccolo arrivare, il nostro Don Giovanni,  con la parrucca bianca, il cerone sul viso e quella risata isterica che lo contraddistingue. Par ritagliato da una tela settecentesca. Detto entrez-nous, o meglio, detto tra noi, l’amore, per lui,  dura giusto il tempo d’un allegro scherzo. Non sa proprio resistere alla dolce violenza con la quale la bellezza lo attira e perciò, in nome del vezzo della fedeltà, non può certo farsi seppellire, nella bara di una sola passione, fuggendo così ogni altra  giovane beltà che  di fronte a lui si pone.  Conserva dunque occhi per vedere i meriti d’ogni fanciulla e, a ciascuna, concede quelle attestazioni e quei tributi che la natura rende doverosi. E quando il passionale ardore si spegne, il cuore riposa fino a che la luce di una nuova conquista non lo ridesta. Così, mentre accecato da una feroce gelosia, sta già pensando di rapire una fanciulla conosciuta poco tempo prima, ecco giunger la sposa abbandonata venuta per chieder ragione del suo inspiegabile comportamento. Sulle prime, il traditore  le volta le spalle. Sembra non vedere la collera dipinta sul suo volto. Poi, d’improvviso, si volta e, fissandola negli occhi, le confessa, in tono piuttosto accalorato,  di non possedere, per nulla,   il talento della finzione e che  il suo cuore è sincero.  È partito, questo è certo, ma non per i motivi che si possono immaginare, bensì per uno scrupolo che si è affacciato alla sua coscienza. Egli, infatti, ha compreso, molto semplicemente, di non poter più vivere accanto a lei poiché, prendendola  in moglie, l’ha sottratta alla clausura di un convento, costringendola a infrangere i voti già presi. Sa molto bene che il Cielo è assai geloso di queste cose e, perciò, ha pensato che l’unico modo per non incorrere nell’ira celeste, sarebbe stato quello di  dimenticarla per darle la possibilità di tornare al suo primitivo legame. Mentre Elvira invoca su di lui la punizione divina, Don Giovanni, come un novello Alessandro Magno, è già in procinto di partire per la sua prossima impresa amorosa. Ma una tempesta inattesa butta all’aria la sua barca ed il suo piano. Ed ecco giungere,  dalla spiaggia, due contadine, Carlotta (Barbara Giordano), promessa sposa di Pierino (Daniele Paoloni) e Maturina (Daniela Vitale). Quale gioia per il nostro naufrago incontrare il volto di due donne dopo aver rischiato la vita tra i flutti marini! Sono splendidi gli occhi della prima, deliziosi i suoi fianchi e belle le sue mani. Per innamorarsi di lei un uomo impiega solo un quarto d’ora, con un'altra, invece, ci vorrebbero sei mesi. La seconda, poi, senza dubbio, è una donna da sposare. Dobbiamo dir che quel giullare della seduzione, si sa destreggiar proprio bene tra il florilegio d’apprezzamenti e le poetiche promesse di matrimonio rivolti ora all’una, ora all’altra, tanto che, prima di separarsi da loro e prender la via del bosco per sfuggire all’agguato di Don Carlos (Matteo Guma) e Don Alonso (Roberto Manzi) fratelli di Elvira, venuti a vendicar l’onta subita dalla sorella, le prega di non dimenticar la parola a loro data e le rassicura che avrebbero ricevuto sue notizie prima dell’indomani. Ed è proprio lì, in quella verdeggiante radura, meraviglioso riparo per viandanti e pellegrini, che Sganarello vestito da medico e Don Giovanni, in abiti da campagna, per non essere riconosciuti, iniziano a dialogar come se fossero l’uno la coscienza dell’altro. Ed è un gradevole scambio di battute, il loro, dal ritmo rapido ed incalzante. Quel conquistator d’anime proprio non  può credere che esista un  Dio autore di quegli alberi dai tronchi forti e vigorosi e di quella macchina prodigiosa che chiamiamo corpo umano. Sostiene anche che la medicina sia uno dei più grandi errori dell’uomo, poiché, come afferma lui stesso, chi confida nell’arte d’Ippocrate, attribuisce al progresso della scienza ciò che invece capita soltanto per caso.  Egli, invece, da buon precursore dell’Illuminismo, crede soltanto in ciò che è visibile, calcolabile e razionale, ovvero che due più due fa quattro e quattro più quattro fa otto. Eppure anche quell’uomo che non ha luogo  dove posare il cuore, sembra avere una sua morale basata su quell’ “amore dell’umanità”, che porta il nome di “filantropia”. Ed è proprio in virtù di quest’ultima che, dopo aver tentato di provocare la fede di un povero eremita costringendolo a bestemmiare contro il Creatore in cambio di una moneta d’oro,  decide di donargliela ugualmente. Poi, non contento, prima di svelare ai fratelli di Donna Elvira, di essere proprio il Don Giovanni che entrambi cercano, si spaccia per un suo intimo amico e salva la vita ad uno di loro, assalito da tre briganti, scampando così  alla loro vendetta. Ma ecco che, al limitare del bosco, i due avventurieri si imbattono in uno straordinario mausoleo dalle imponenti arcate simili a quelle dell’acquedotto romano di Arles in Provenza. “La riconoscete?”  chiede Sganarello al padrone. “A dir la verità no”. “Questa è la tomba che il Commendatore si stava facendo costruire prima che voi lo uccideste sei mesi fa senza darvi alcuna pena per i parenti”. “E perché mai avrei dovuto farlo?! L’ho ucciso male forse?  L’ho fatto secondo le regole di un duello!” “Certamente, ma potevate almeno pensare al dolore suoi congiunti, non vi pare?” “Non è affar mio, Sganarello, quello è affar loro! Vieni, entriamo! Ho proprio voglia di dar un’occhiata alla sua Statua!”. Ha uno sguardo serafico, il Commendatore. Indossa gli abiti di un imperatore, proprio come i Cesari dell’Antica Roma destinati a rimanere immortali nei secoli. Par quasi che sia vivo. “Mi piacerebbe invitarlo a cena”- esclama Don Giovanni- “Sganarello, chiedigli se accetta l’invito”. Il servitore ubbidisce: “Perdonatemi, signor Commendatore, so che è stupido quel che faccio, ma il mio padrone, Don Giovanni, vi chiede se volete fargli l’onore di andare a cena da lui”. La statua abbassa la testa in segno d’assenso. Sganarello non crede ai suoi occhi, ma a Don Giovanni, non è sufficiente aver assistito a quel miracolo per convincersi  dell’ esistenza di quella  longa manus divina che, dal suo  eterno trono, gli umani eventi silenziosamente governa. Non gli basta nemmeno rivolgere personalmente al Commendatore lo stesso invito e ricevere la medesima risposta dal suo simulacro. Nonostante ciò, decide  di mantenere la parola. Ed eccoci dunque tutti invitati a cena a casa del signor Tenorio. La sala da pranzo è cupa ed oscura. È netto il contrasto scenico con la verdeggiante radura nella quale s’era ritrovato poco prima in compagnia di Sganarello. Anche il padrone di casa è  scuro in volto,  visibilmente scosso per quanto è appena accaduto. Sta per sedersi a tavola, quando riceve la visita del Signor Domenica (Roberto Manzi), un suo creditore, venuto a riscuotere il denaro che gli spetta. Ma un vero artista della simulazione  come lui conosce un metodo infallibile per rimandarlo a casa soddisfatto senza cavar fuori neanche un centesimo: “Benvenuto Signor Domenica sedete pure con me”. “Non è necessario, signore, io vorrei…” Se non vi sedete non vi ascolto”. “Va bene, volevo chiedervi…” “Ma sapete che vi trovo proprio bene? Avete un colorito meraviglioso!” “Grazie, Signore io sono venuto qui per..” “E vostra moglie come sta?” “Benissimo, Signore, grazie, ma io…” “E la vostra figlioletta, la piccola Claudia, sta bene? Quanto mi è cara, le voglio un bene dell’anima!” “Sta bene anche lei grazie! Io vi…” “E il vostro frugoletto Nicolino?” “Sta crescendo benissimo, signore, mille grazie, io però…” “Volete fermarmi a cena da me?” “No Signore grazie, devo andar via subito! A  proposito, signore, se potete…” “Volete che vi accompagni alla porta?” “No, signore, vi ringrazio, conosco la strada!” “Ricordate sempre che sono a vostra disposizione!” Il monologo con la misteriosa figura paterna, poi,  apre  una finestra sul passato  di un uomo che, forse, è soltanto un ragazzo cresciuto senza amore sotto il giogo di un padre-padrone  che ora, è soltanto in grado di rimproverarlo per la sua riprovevole condotta. Ma le sorprese che il Cielo ha riservato per il nostro Don Giovanni, non sono ancora finite. Ecco infatti sopraggiungere Donna Elvira. Sembra un angelo velato di nero venuto a portare un nuovo messaggio di salvezza. Il suo animo non serba più alcun rancore per l’uomo che ha profondamente amato. Ora ella nutre per lui solo  un affetto santo, un amore staccato da ogni cosa,  che non opera per sé ma si cura soltanto del suo bene. Ed è proprio questo amore  puro e perfetto che l’ha condotta fin lì,  per farlo partecipe di un avvertimento del Cielo, e tentare di strapparlo dall’abisso in cui sta precipitando. Le sue continue offese hanno ormai esaurito la misericordia divina ed egli non ha più  nemmeno un giorno per potersi sottrarre alla più grande di tutte le sventure. Quelle parole così chiare, limpide, luminose sembrano accendere una nuova luce nel cuore di Don Giovanni. Solo ora egli si ravvede della lunga ignoranza in cui ha vissuto ed è grande la sua sorpresa nel constatare che il Cielo non lo abbia ancora punito per tutti i peccati che ha commesso. Perciò, come in preda ad un nuovo moto interiore, decide di cambiar vita e di trovar una persona che possa aiutarlo a camminare con sicurezza lungo il cammino che ha intrapreso. E chissà se anche il pubblico, in quel momento, avrà sperato, in una sua conversione. Ma, come tutte le maschere che si rispettino, Don Giovanni non può smentire se stesso e le parole rivolte a Sganarello lo fanno capire molto bene: “Sganarello, Sganarello, ancora non mi conosci? Ma non hai capito che se ho deciso di dare una svolta alla mia vita l’ho fatto solo per calcolo? L’ipocrisia è un vizio ma se praticata da gente rispettabile finisce per diventar virtù. È un arte che viene sempre rispettata ed anche quando viene scoperta non si osa dire nulla contro di essa. Ma tu sai quante persone al mondo si comportano come me ed in nome della religione si sentono autorizzati a compiere le peggiori nefandezze? Puoi sapere i loro intrighi e conoscerli per quel che sono, non per questo perdono credito di fronte alla società; e qualche compunto chinar di capo, un sospiro mortificato, un po’ di sguardi rivolti al cielo rimediano a tutto ciò che possono aver fatto. Perciò anch’io, come loro,  non abbandonerò le mie care abitudini; ma avrò cura di nascondermi e di non divertirmi alla luce del sole. E se venissi scoperto, vedrò tutta la congrega schierarsi a mio favore e difendermi contro tutto e tutti. Insomma, questo è l’unico modo per poter fare impunemente quel che mi pare e piace. Mi erigerò a censore delle azioni altrui, dirò male di tutti e avrò una buona opinione soltanto di me stesso. Non perdonerò a nessuno che dovesse appena sfiorarmi, e nutrirò nei suoi confronti un odio irriducibile. Mi farò vendicatore delle ragioni del Cielo e con questo comodo pretesto metterò in fuga i miei nemici. È in questo modo che si abusa della debolezza umana e che un uomo intelligente si adegua ai vizi del suo secolo”. Ormai Don Giovanni si è rivelato per quello che è e la platea ha accolto, forse con un velo di benignità, il suo pensiero. Ma per il suo umile collaboratore questo è davvero troppo e così egli getta addosso al padrone tutta la sua disapprovazione attraverso un sillogismo aristotelico che riassume in sé tutta la legge del Cosmo: “Signore, fate di me quel che volete, ammazzatemi di botte, uccidetemi se vi piace, ma da servo fedele, quale io sono, devo aprirvi il mio cuore e dirvi ciò che penso: Sappiate che tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino; e come dice quell’autore che non conosco, l’uomo sta sulla terra come l’uccellino sul ramo; il ramo è attaccato all’albero; chi si attacca all’albero segue buoni precetti; i buoni precetti valgon più delle belle parole; le belle parole si ascoltano a corte; a corte ci sono i cortigiani; i cortigiani seguono la moda; la moda viene dalla fantasia; la fantasia è una facoltà dell’anima; l’anima ci dà la vita; la vita finisce con la morte; la morte ci fa pensare al Cielo; il Cielo sta sopra la terra; la terra non è il mare; il mare è spesso in tempesta; la tempesta è un pericolo per i vascelli; i vascelli hanno bisogno di un buon pilota; un buon pilota deve aver prudenza; la prudenza non è dei giovani; i giovani devono obbedire ai vecchi; i vecchi sono legati al denaro; il denaro fa gli uomini ricchi; i ricchi non sono poveri; i poveri vivono in necessità; la necessità non ha legge; chi non ha legge vive come un bruto; e per conseguenza sarete dannato all’Inferno”. Ma, come avrete capito, il cuore di Don Giovanni non segue nessuna legge se non la propria, dunque, quel magnifico ragionamento non lo sfiora neppure di un centimetro. E quando uno spettro (Barbara Giordano) giunge in casa sua dicendo che gli resta un solo istante per approfittare della divina misericordia egli lo affronta con quella stessa aria di sfida di chi s’illude di aver già vinto il mondo. Ormai ha deciso: non cambierà idea accada quel che accada. Ed ecco finalmente il convitato più atteso: la Statua del Commendatore: “Don Giovanni, mi avete promesso di cenare con me stasera ed eccomi qui! Datemi la mano!  Sappiate che il perseverare nel peccato reca una morte funesta e la grazia del Cielo, quando viene respinta, apre la strada alla sua folgore”. “Oh Cielo! Che sento?! Un fuoco invisibile mi brucia, la mia anima diventa una fornace ardente!!!” Tutto è compiuto. Ogni cosa ora è a posto: leggi violate, ragazze sedotte, famiglie disonorate, genitori oltraggiati, donne finite in rovina e mariti condotti all’esasperazione. Anche il Cielo è stato rivendicato. Rimane solo Sganarello ad implorar la sua paga che, ovviamente,  non arriverà mai. E mentre il dissoluto punito si dissolve nel rosso delle fiamme dell’infernal fucina,  le luci si riaccendono su ciò che resta di vero: il pubblico e il teatro. Mercoledì 18 marzo, alle ore 21.00 al Teatro Russolo, il Don Giovanni di Molière rivive nell’originale rilettura proposta da Alessandro Preziosi (che ne cura anche la regia), dalla Compagnia Khora Teatro e dal Teatro Stabile d’Abruzzo, nell’adattamento di Tommaso Mattei. Il Signore della Seduzione esce dalla sottile tessitura drammaturgica del testo molieriano per svelarsi agli spettatori, mentre le scenografie di Fabien Iliou, proiettate come affreschi sul fondale alle sue spalle, lo ritrasformano ogni sera, in un eroe degno di sedere sull’ Olimpo del mito. Un ruolo assolutamente perfetto, quello del maestro della mimesi, per un interprete eclettico e versatile come l’attore napoletano, che non smette mai di meravigliarsi di fronte a quel burlator burlato, mangiatore del pudore altrui, che, smascherando l’ipocrisia dell’epoca in cui vive, diviene il punitore di se stesso. Un vero istrione dell’ars amandi che nessun autore da Tirso de Molina, ad Alexander Puskin fino a Lorenzo da Ponte passando per Mozart è mai riuscito ad esaurire, ma al quale la nostra società non può proprio rinunciare.

Calliope
(Elena Toffoletto)

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