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La cultura è nelle idee
L'età della post-verità
24-07-2017: Fatemi capire: quindi il giornalismo è morto?

Esercizio di autoanalisi introspettiva per direttori di giornale: tema “Il giornalismo è vivo o è morto?”, svolgimento “La seconda, senza dubbi. Fine”. Troppo pessimista? Forse, ma l’attualità impone ad esserlo. Se anni e anni di inchieste, approfondimenti, scoop, editoriali, elzeviri, hanno partorito l’attualissima e soggettivissima “post-verità”, beh, allora confermo tutto e rilancio: il giornalismo è morto e sepolto. Sì, perché se è ormai assodato che la post-verità ha fatto vincere le elezioni a Donald Trump, oscurando - in quegli stessi giorni di fine 2016 - decine di inchieste giornalistiche indirizzate al magnate e pubblicate dai più autorevoli tabloid americani, allora significa che la post-verità ha definitivamente sconfitto il giornalismo puro, svalutandolo e ridicolizzandolo agli occhi della gente. Cosa c’è di più importante, infatti, dell’elezione del presidente della più influente e ricca nazione al mondo? E quale ruolo dovrebbe avere il giornalismo se non quello di far catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sul profilo umano e morale di un candidato alla Casa Bianca? Se, come detto, la post-verità ha polverizzato il giornalismo tradizionale su uno degli eventi più significativi per gli americani e per tutti noi, a questo punto non resta altro che sancire fino all’ultimo grado di giudizio che, ahimè!, il giornalismo è finito. Ma facciamo un passo avanti e ci chiediamo: cos’è la post-verità?

Armi di distrazione di massa
Verità o bufala? O è una cosa a metà tra la verità e la bufala? La definizione esatta di post-verità non esiste. O meglio: sono in molti a cercare di darne una ma la realtà è che la post-verità, per sua stessa natura, è indefinibile. Per provare a dire cos’è la post-verità è molto meglio, a mio parere, usare qualche esempio. 1: “Brexit permetterà alla Gran Bretagna di risparmiare 350 milioni di sterline alla settimana attualmente spesi in contributi all’Unione Europea e investirli nella sanità pubblica nazionale”. È questo il mantra con cui i sostenitori della Brexit hanno convinto (assieme a molti altri di questo tenore) i britannici a tagliare il cordone che li legava all’Europa. Uno slogan che gli stessi autori hanno successivamente ammesso essere falso (la Gran Bretagna non versa infatti 350 milioni di sterline alla settimana all’UE) ma che nel frattempo ha ingannato il popolo condizionandone fortemente la scelta. 2: “Barack Obama è musulmano e non è nato negli Stati Uniti”. Per mesi The Donald ha promosso questa “campagna” di discredito contro l’ex presidente americano, colpendo lui e, di sponda, Hillary Clinton. Nonostante il certificato di nascita prontamente esibito dallo stesso Obama (che ne testimoniava la nascita alle Hawaii), il popolo americano ha continuato a vivere con il sospetto che quel certificato fosse addirittura un fake, alimentando una post-verità insinuata in lungo e in largo negli States da Trump e dal suo staff di comunicazione.

Diventeremo dei selettori umani
Dovremo quindi abituarci a vivere in un mondo di post-verità? Io personalmente credo che dovremo perlomeno abituarci a conviverci. La post-verità, infatti, non scomparirà con uno schiocco di dita ma, anzi, l’uso planetario dei social media lo alimenterà sempre più (nonostante filtri e filtrini). Ma spetterà a noi - utenti - il compito di selezionare, indagare, ascoltare e leggere più fonti, diventando una sorta di selettori umani. E spetterà a noi - giornalisti - il compito di accompagnare gli utenti in questa selezione di notizie, nella comprensione della verità; nel diventare selettori umani, per l’appunto. E forse, in fin dei conti, il giornalismo non morirà... con ogni probabilità si stravolgerà, cambierà platea, strumenti, fonti, ma alla lunga sopravviverà (sperando che anche questa tesi non si riveli col tempo una post-verità!)

(Tratto da Portogruaro.Net Magazine luglio/agosto 2017)

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