In occasione dell'uscita del suo primo libro, Sara Asquini ha ospitato Portogruaro.Net nel suo laboratorio artistico, il luogo dove tutte le sue opere prendono forma, colore e vita.
Sara nasce in Svizzera, a Faido, e fin da piccola trova nell'arte un rifugio dove potersi esprimere liberamente. È bastato poco nel tempo per uscire da quel rifugio e conquistare quelle che sono le tappe più significative della sua carriera.
Per citarne alcune, la mostra "Bazart" presso la galleria Dantebus Firenze, un evento privato e collettivo dedicato all'arte contemporanea e la Dantebus Internetional Exibition a Roma, una vetrina internazionale dedicata ad artisti contemporanei. Per poi prendere il volo, letteralmente, e raggiungere esposizioni a Barcellona, Dubai e Pechino.
Il libro, edito da VISYSTEM, intitolato “Sara Art Collection. la mia vita, una magia per l'arte", rappresenta per Sara l'occasione di tirare le somme del suo percorso e l'occasione per tutti di avvicinarsi allo spioncino di quel magico rifugio.
Come è nata la passione per l’arte?
Io sono nata in Svizzera e lì c’è un’altra mentalità legata all’arte, fin dall’asilo dove ti fanno dipingere i muri e le vetrate. Da lì è nata la passione, mi ha sempre attirato dipingere. Quando ero all’asilo, durante una pausa mi sono alzata e di nascosto ho dipinto una vetrata con fiori, margherite e tulipani.
Ho poi iniziato a studiare le varie tecniche, dalla pittura sui tessuti alle bomboniere per amici. Da lì ho fatto le scuole d’arte e dopo la scuola mi hanno preso a lavorare in un laboratorio di cristalli e vetro. Ho fatto la mamma per un po’ di anni, di conseguenza mi sono fermata e poi è iniziato il giro che mi ha portato fino ad aprire un brand, “Sara Art collection”, a gennaio di quest’anno.
Spesso sentiamo dire “impara l’arte e mettila da parte”, la tua famiglia ha sempre appoggiato la tua passione?
Sono sempre stata sostenuta, mia mamma disegnava molto bene, mio padre lavorava con il rame. L’arte è una cosa che ho sempre visto e sentito. Quando andavo al ristorante mi portavo ogni volta una matita per disegnare e colorare i tovaglioli, ed era anche un modo per scaricare l’ansia. Sai, quando dipingi esprimi quello che senti. Tutto questo è nato dopo un periodo difficile della mia vita e di conseguenza era difficile esprimere quello che pensavo perché avevo paura delle critiche e di non essere in grado.
Hai capito fin da subito che con l’arte riuscivi ad esprimere meglio le tue emozioni?
Mi sono resa conto quando lavoravo solo con il carboncino. Il mio primo quadro è stato il viso di Jocker. Bello, artistico, però rappresentava un momento un po’ particolare e la cosa non mi piaceva. È poi nata l’esplosione di colori e delle donne.
Inoltre, mi sono accorta che riuscivo ad emozionare. Quando sono andata per la prima volta a Dantebus a Firenze, il titolare della galleria che è anche un critico d’arte s’è commosso e mi sono commossa io. Non sapeva il significato del quadro e lo ha descritto come l’avevo immaginato io.
Quanto è importante l’istinto nell’arte?
È l’aspetto principale. L’artista inizia da un disegno e poi arriva al dipinto. Io magari parto con l’idea del progetto, poi l’istinto mi porta altrove. Fa parte di me, forse è proprio questo che mi salva. Mi butto senza riflettere. È importante essere sé stessi.
Qual è il primo pensiero davanti ad una tela vuota?
Finire il dipinto il prima possibile, lo devo vedere. Finché non lo vedo completato ho l’ansia. A tal punto da non mangiare neanche. Man mano che disegno lo faccio vedere ad amiche o al mio compagno e chiedo pareri. È anche vero che dopo molto tempo di fronte ad un dipinto non hai più la percezione esatta di quello che stai facendo; quindi, ogni tanto stacco e faccio due passi. Il parere degli altri è fondamentale perché magari vedono cose che tu non vedi.
Come gestisci l’errore? Ti è mai capitato di prendere e buttare via tutto?
Io gioco molto sul fatto che le tele le faccio tirare con il lino a mano, perché il lino assorbe meglio il colore. Poi dipingo con il carboncino, le sfumature le faccio con le dita e con il palmo della mano, perché mi da l’impressione che la texture della pelle sia più naturale. Con i colori cerco sempre di non correggere, poi capita di modificare. È capitato di tenere il quadro nel cavalletto per molti giorni e ogni tanto andavo a correggerlo prima di verniciare tutto. Non sono mai contenta, sono molto perfezionista.
Tommaso Rossato
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